Titomba, un termine che di primo acchito potrebbe richiamare alla mente elementi funebri, sepolcri, necropoli. Di fatto stiamo parlando di una struttura ipogea, in agro di Ugento, dedita all’attività di molitura delle olive in un contesto in cui la produzione dell’olio rappresentava una delle principali forze trainanti dell’economia salentina.
Ogni giorno decine di carri carichi del prezioso liquido giungevano a Gallipoli dalle principali “arterie” stradali, dedite al trasporto del prodotto lavorato, e provenienti dalle principali zone di produzione. Gli uliveti non mancavano, se ne impiantavano continuamente di nuovi e così molti proprietari terrieri sovvenzionavano degli scavi per la realizzazione di una costellazione di frantoi ipogei atti alla produzione di olio lampante, destinato ad illuminare le notti delle principali capitali europee.

Questi frantoi fagocitavano, letteralmente, decine di operai che avrebbero vissuto sottoterra per alcuni mesi l’anno, spesso senza uscire alla luce del sole per alcuni giorni di fila, per continuare ad oliare una macchina produttiva che non avrebbe visto soste finché il lavoro non fosse stato ultimato. Di fatto una vera e propria tomba che potrebbe aver ispirato l’intitolazione del frantoio (se non si dà credito alla possibile presenza di una necropoli o di un antico cimitero nei paraggi).
L’ingresso al frantoio è costituito da un piccolo dromos interamente celato dai rami di un fico, scavato nella roccia e originariamente voltato in pietra. Sulla copertura un tempo era presente una lastra con una croce incisa e l’anno di costruzione, 1618. Lungo il dromos si apre un basso accesso ad un ambiente secondario, di piccole dimensioni, oltre che l’ingresso alla sala di molitura del frantoio. Lungo il perimetro del grande ambiente si collocano altre sette stanze, quasi tutte indipendenti, di piccole e medie dimensioni per le quali è difficile ipotizzare delle indicazioni d’uso data l’assenza di indizi, graffiti, alloggiamenti per giacigli o altro che possa richiamare alla quotidianità dei frantoiani. In una sono presenti delle mangiatoie in pietra per foraggiare le bestie da soma, unico motore in grado di azionare una grossa macina in pietra posta al centro della stanza e della quale non c’è traccia: resta solo il basamento sul quale ruotava. Alcune comunicazioni dirette con l’esterno lascerebbero ipotizzare la presenza di alcune sciave, da dove le olive venivano riversate, in gran quantità, direttamente dal piano di campagna fino all’interno dell’invaso. Qui sarebbero rimaste per diversi giorni, a volte anche settimane.

Si notano i resti di almeno 3 torchi alla calabrese e una vasca di raccolta tra essi, dove confluiva il prodotto per essere decantato e raccolto.
Alcune mensole scavate, sparse lungo le pareti e che danno l’apparenza di non essere state ultimate, insinuano nella mente del visitatore il dubbio che il frantoio non sia mai arrivato al punto da essere utilizzato.

La campagna di Ugento non si prestava bene alla presenza permanente della manodopera per via della Malaria che ne decimava la popolazione. Quando Carlo D’amore ereditò Ugento dal padre, e ne divenne marchese nel 1650, si trovò davanti una situazione disastrosa. La Malaria bussava già alle porte di una città vessata e derubata da atti scellerati compiuti dal vescovado e dai precedente feudatari, i conti Pandone. I pochi beni disponibili erano in mano a poche famiglie che spesso risiedevano altrove, mentre il resto della popolazione era costituito da braccianti che saltuariamente trovavano lavoro in autunno e in inverno dato che nelle altre stagioni la presenza di acquitrini e paludi faceva del rischio di contrarre la malaria un deterrente molto efficace.

Carlo d’Amore, avrebbe voluto sfruttare la vicinanza con il porto di Gallipoli per ridurre i costi di trasporto dell’olio e creare occupazione sul territorio di competenza. Curò l’impianto di vecchi e nuovi trappeti detti “alla leccese” per incrementare l’agricoltura, richiamare nuovi coloni dalle città, ripopolare le contrade rurali e aumentare le sue rendite con l’olivicoltura. Di tale attività troviamo traccia in una vertenza del 1661 con l’Università di Messina, riguardante una partita di olio spedita da gallipoli con battello SS. Trinità di Didago Mollo di Castellamare, per il mancato pagamento della somma dovuta.
Il suo progetto però fallì. Senza una bonifica delle zone paludose la malaria era destinata a diffondersi e a decimare ulteriormente i braccianti. I frantoi caddero rapidamente in disuso e dopo la morte di Carlo D’Amore la maggior parte delle terre di proprietà del casato vennero utilizzate per attività “ricreative” per nobili e facoltosi, come la caccia.
Marco Piccinni
BIBLIOGRAFIA:
-Francesco Corvaglia, Ugento e il suo territorio (1976), Editrice Salentina.
-Masseria Cucuruzza, Storia della masseria, su https://www.masseriacucuruzza.com/it/storia-della-masseria.html





