Una casa abbandonata infestata dalla piante; un giardino con sculture enigmatiche e a tratti inquietanti; la spettrale presenza di un uomo solitario dedito alle arti, un poeta che fonti orali sostengono sia morto suicida tanto tempo fa in un anno imprecisato, sulla cui persona i discendenti dei suoi vicini intessono storie esotiche, quasi come se ci si stesse riferendo ad una figura eterea e leggendaria, la cui esistenza si disperde tra le inestricabili trame temporali: “lu pulaccu“…

1943. L’obiettivo era oltrepassare la Linea Gustav, una linea fortificata difensiva voluta da Hitler che divideva l’italia in due, al confine tra Lazio, Campania fino ad Ortona, nel punto più stretto della penisola. A nord i tedeschi, a sud gli alleati. Violarla significava raggiungere Roma e liberarla.
Fu scenario di una delle più sanguinose battaglie della seconda guerra mondiale che vide perire circa 55.000 soldati dell’esercito alleato e 20.000 di quello tedesco nonchè la distruzione dell’abbazia benedettina cinquecentesca di Monte Cassino, centro nevralgico della battaglia, il 15 febbraio 1944. La caduta di Montecassino il 18 maggio 1944 aprì poi la strada per la liberazione di Roma il successivo 4 giugno.
A Montecassino combatterono reparti da tutto il mondo: britannici, americani, indiani, neozelandesi, canadesi, francesi (composti in gran parte da nordafricani) e persino soldati italiani del Corpo Italiano di Liberazione. A giocare un ruolo fondamentale nel’ultima fase della battaglia fu il II Corpo d’Armata polacco guidato dal generale Władysław Anders, sbarcato a Taranto nel 1943 con 42.000 uomini. Nonostante un primo tentativo andato a vuoto con conseguente ritirata, il generale non si perse d’animo e riuscì nell’impresa per la quale era stato convocato sul campo di battaglia: la pressione polacca e alcune vittorie degli alleati su altri fronti indussero i tedeschi alla resa.
Inseguito alla battaglia, costata ai polacchi 1052 uomini, il corpo d’armata superstite venne temporaneamente parcheggiato tra Veneto, Marche e Puglia. Molti giunsero nel Salento che già ospitava numerosi ebrei in fuga dai campi di concentramento e dalla persecuzioni nazi-fasciste in vari DPC dislocati in tutto il territorio. I polacchi necessitavano di un “riposo forzato” dopo la battaglia ma la realtà era che non volevano tornare in patria. Temevano Stalin, che aveva fatto seppellire nelle fosse di Katyn (1940) la migliore gioventù e non aveva mosso un dito per difendere Varsavia dai nazisti (1944). Una presa di posizione che costò ad Anders e 75 ufficiali la perdita della cittadinanza polacca dal 26 settembre 1946. Venne infatti stipulato un accordo da parte del ministro degli esteri Ernest Bevin per il rimpatrio delle forze armate polacche sotto il comando britannico, un “patto” non ritenuto sufficientemente garantista da buona parte dei reduci che decisero di ignorarlo. Solo 6800 accettarano di rientrare in patria. Gli altri 100.000 optarono per l’esodo.
Nel salento i polacchi trovarono terreno fertile per coltivare una lunga amicizia con una popolazione che aveva vissuto la guerra principalmente tramite miseria, povertà e notiziari alla radio. Le razioni dell’esercito potevano essere scambiate con i prodotti locali e i salentini potettero godere di generi alimentari che la guerra aveva loro sottratto o pesantemente razionato (come lo zucchero ad esempio, introvabile! O semplicemente pane bianco, non “allungato” con la terra) oltre a cioccolato, carne in scatola, sigarette e altri beni di prima necessità. In cambio i militari ricevevano fichi secchi o altri prodotti che i contadini riuscivano ancora a coltivare. Ci rimasero stabilmente per quasi due anni offrendo qualche guadagno extra alle donne che si offrivano di lavar loro panni e divise. Desideravano tornare in una polinia libera, allora spartita tra Russia e Germania.
Militari polacchi alloggiavano nei Comuni di Campi Salentina, San Pietro in Lama, Diso, Castro, Marittima, Squinzano, Galatina e Andrano. Alloggiavano presso strutture pubbliche requisite, nelle case rimaste vuote o nelle mansarde dei contadini che ebbero il piacere di ospitarli in casa propria. Nardò allestì addirittura un Ospedale militare. Una permanenza che indusse il governo d’opposizione in esilio a Londra e il comando del II Corpo d’Armata di istituire alcune scuole medie e corsi di maturità di durata semestrale nei luoghi dove erano dislocati i contingenti, per abbattere il lassismo e contribuire al recupero degli anni di formazione scolastica persi a causa della guerra. Hanno funzionato Scuole Medie e di specializzazione umanistica ad Alessano e a Matino (sede delle retrovie); di agricoltura a Lecce; per ferrovieri del genio polacco a Maglie (dove si stanziò il 25° reggimento fanteria); a indirizzo scientifico-matematico a Casarano; scuole militari a Galatone e a Gallipoli dove c’era anche il Comando. L’obiettivo era quello di formare nuovi responsabili nelle università e nelle aziende, soggetti idonei per occupare posti di rilievo nella gerarchie ecclesiastiche e politici patriottici una volta destituito il regime polacco.
Il 22 maggio del 1946 Bevin annunciò la smobilitazione imminente dei polacchi che rifiutarono di tornare in Polonia, a cominciare da quelli presenti in Italia, precisando che sarebbero srtati trasferiti gradualmente in Gran Bretagna per essere progressivamente inseriti nel contesto sociale inglese. Così, l’estate successiva, i polacchi partirono dal Salento lasciandosi dietro amori, amicizie, sentimenti, ricordi che hanno creato un ponte tra i due popoli.
Ma qualcuno probabilmente vi rimase insediandosi in una casetta del 1930, come è possibile leggere da una data sull’architrave di una porta, per farne la sua ultima dimora in una terra che lo accolse come se fosse la sua.

Un caminetto, tre stanze, un pavimento a basoli. Una casa molto semplice con un ampio giardino recintato da muri a secco da destinare all’orto e un pozzo dal quale attingere l’acqua. Un tempo probabilmente era un’abitazione invidiata da molti mentre oggi quello che ne rimane è un rudere in abbandono in un terreno infestato da spontanee evidenze di macchia mediterranea.
Tra cespugli e rovi però si nasconde una vera e propria allegoria dell’esistenza con una scelta iconografica che a prima vista potrebbe apparire casuale ma che, probabilmente, è strettamente connessa in ogni sua parte alla necessità di comunicare una condizione dell’essere, difficile da esprimere a parole senza ricorrere all’uso di immagini e metafore. Sui banchi di roccia affioranti in pietra leccese sono state scolpite decine di sculture che hanno sfidato tempo e intemperie, custodendo il messaggio di cui lu pulaccu le ha intrise: un serpente; un coccodrillo o un grande geco dalla bocca spalancata; una donna con una lunga veste che giace carponi; un’altra nuda supina, apparentemente incompleta; una figura distesa su un fianco come se stesse dormendo nel calco di un pompeiano morto nell’eruzione del Vesuvio; volti qua e là; un calice eucaristico con un’ostia raggiante; un uomo in preghiera in atteggiamento solenne, ammesso che non sia già morto, ed infine uno scheletro realizzato con certosina pazienza. Ma forse altre preziosi immagini potrebbero celarsi ancora sotto la vegetazione che infesta rigogliosa buona parte del giardino.

Artista e probabilmente anche spettatore unico della sua opera, affacciato ad un’ampia finestra della casa che dà direttamente sul giardino. Da qui poteva vedere le figure scolpite come parte di un’installazione più complessa, una tela alternativa, e scorgere allo stesso tempo quei banchi di roccia ancora vergini dai quali bisognava solo estrarre le immagini che prendevano forma trai i suoi pensieri, pronti ad ospitare un ulterriore tassello del suo messaggio per i posteri o semplicemente da indirizzare a qualcuno che lo osservava dall’alto, magari lo stesso che alcune delle sculture che scrutano il cielo cercano incessantemente con lo sguardo…ogni giorno?

Un’uomo ossessionato dalla morte o che ha patito indirettamente per le sofferenze dei suoi famigliari o di una donna amata e poi perduta? Un uomo che temeva forse il suo passato tanto da incidere in un epigrafe la frase “felici quelli che non hanno storia”, appena sotto un volto con gli occhi chiusi ed una mano parzialmente erosa. Un uomo che cercava la solitudine o ne era affascinato; che aveva fatto del suo scalpello un fedelissimo compagno, unico strumento tramite il quale colloquiare con il mondo senza bisogno di parole o artifici vocali particolari, solo un suono, lo stesso, ripetuto, in continuazione, ogni qual volta il metallo aggrediva la pietra per scalfirla, per modellarla e darle nuove forma, nuova vita. L’intensità del suono variava con l’intensità con la quale la mano dell’artista pesava il suo strumento. Una serie di “tin tin” in grado di comporre una colonna sonora per le proprie giornate. Un uomo il cui profilo psicologico affascina molti, già nel 1958, quando un giornalista del “L’espresso” scrisse un articolo su questa figura che i compaesani additavano con diversi nomignoli, come Giuanni u pacciu, o semplicemente lu tore. Alcuni asserivano fosse un disertore, altri un vedovo addolorato.

Un grosso calderone di incertezze quindi, quelle di una comunità che ha la presunzione di conoscere tutto di tutti, anche di coloro che vivono ai margini di una società che pretende di svelare approfonditamente gli stati d’animo di ognuno senza avere le nozioni di base, come ad esempio, il suo nome.
Marco Piccinni
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:
-Vittorio Zacchino, Salento e Polonia. Cinquecento anni di amicizia da Bona Sforza a Carol Wojtyla. Edizioni del Grifo, 1994;
-Sergio Torsello, Gli uomini di Anders, su https://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/1995/I/art/R95I021.html;
-Francesco Greco, Giornata della memoria. quando ebrei e polacchi arrivarono nel Salento, su https://www.salogentis.it/2016/01/26/giornata-della-memoria-quando-ebrei-e-polacchi-arrivarono-nel-salento/;
-Wipedia, Battaglia di Cassino, su https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Cassino;
-Wikipedia, Linea Gustav, su https://it.wikipedia.org/wiki/Linea_Gustav;
-Matino, una giornata per ricordare il legame speciale con la Polonia, su https://www.lecceprima.it/eventi/cultura/legame-matino-polonia-2-maggio-2022.html;
-Il giardino intimista delle rocce che parlano, su http://naturalizzazioneditalia.altervista.org/il-giardino-intimista-delle-rocce-che-parlano-in-feudo-di-maglie-morigino-poesie-esistenzialiste-nella-pietra/
-Il giardino segreto dei simboli scolpiti, su https://www.salentoacolory.it/giardino-segreto-dei-simboli-scolpiti/





