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La Chiesa dei Diavoli a Tricase

Aggiornato il 16 Marzo 2013.

Un patto infernale con il diavolo, un libro dei comandi tramite il quale imporre degli ordini alle forze delle tenebre, la minacciosa presenza della malumbra ed una piccola chiesetta dalla forma insolita in una contrada rupestre. Sono questi gli ingredienti di un racconto suggestivo, insolito, ambientato a Tricase, lì dove sorge la tanto discussa Chiesa dei Diavoli.

Chiesa dei Diavoli

La storia è ormai fusa alla legenda tanto da rendere difficile, a tratti, scindere le due cose.  Realizzata nel 1685 da Jacopo Francesco Arborio Gattinara, marchese di S. Martino, che cercava la grazia dopo essersi reso protagonista e fautore di decine di guerre sanguinose, fu per anni centro nevralgico per un’importante fiera, quella di San Vito, divenuto il Santo Patrono di Tricase dopo il “miracoloso” evento che vide protagonista l’Arciprete Don Vincenzo Resci, che qui trovò riparo da cani rabbiosi dopo aver implorato l’intervento del Santo adolescente.

Fu proprio la fiera a tenere in vita questa piccola contrada e la chiesetta, dedicata alla Madonna di Costantinopoli, conosciuta anche come Chiesa Nuova, per via della sua forma piuttosto insolita, un ottagono. Non appena la fiera venne spostata nel paese per la chiesa cominciò un periodo di declino che la portò ad un progressivo abbandono, fino all’interdizione al culto avvenuta nel 1878 per mano del vescovo Maselli.

Un cappellano officiava quotidianamente la messa mentre un custode vigilava sulla sua sicurezza. Quando la chiesa venne interdetta il custode non serviva più, la chiesa rimase aperta e in balia di atti vandalici che finirono ben presto a spogliarla delle tele e dei putti che ornavano i suoi 5 altari, dedicati  alla Vergine di Costantinopoli, Sant’Anna, la vergine del Carmine e San Liborio.

Si decise quindi di interdire ciò che restava della chiesa anche allo sguardo, murandone gli ingressi. Così rimase a lungo fino al 2002, quando la rimozione dei cocci di tufo, sostituiti da un cancello, preannunciava l’intento di recupero della struttura conclusosi poi molto lentamente dopo 11 anni,  il 16 Marzo del 2013. La chiesa viene restituita alla città di Tricase con una presentazione suggestiva curata dal regista Edoardo Winspeare.

Interno della chiesa come appariva dopo la riapertura del 2002

Anche se del tutto spoglia da ogni ornamento, questa chiesa continua ad affascinare ed ammaliare quanti le passano vicino. La sua storia è solo una parte del fardello che questo tempio deve sopportare. Dietro le quinte c’è infatti molto di più.

La sua erezione avvenne durante il principato di Stefano Gallone, terzo principe di Tricase, che sposò una parente del suddetto marchese di San Martino. La tradizione popolare vuole che Stefano fosse un principe perfido che non esitava a far saltare le teste di quanti non gli andavano a genio in una botola all’interno della prigione del Palazzo principesco. Seguiva con partecipazione il susseguirsi di manifestazioni paranormali nelle contrade rurali che osservava con rigoroso rispetto e timore. E forse fu proprio per timore che diede la possibilità al marchese Gattinara di redimere parte dei suoi peccati edificando la Chiesa Nuova, in una zona in cui la Malumbra terrorizzava i tricasini. La chiesa avrebbe consacrato le campagne ed esorcizzato il pericolo. L’architetto incaricato fu Leonardo Caliato di Lequile, il quale realizzò in tutta la sua vita solo questo edificio. Strana la scelta della forma, che rievoca il misticismo di Castel del Monte e la postuma, inquietante, intitolazione che le affibbiò il popolo: la chiesa dei Diavoli.

Interno della chiesa dopo il restauro (marzo 2013)

Secondo la leggenda il vero appaltatore dei lavori per la realizzazione del tempio di culto fu il Demonio, Belzebù in persona, con il quale il principe tricasino strinse un patto: una chiesa ed un forziere d’oro in cambio di un’ostia consacrata ad un caprone. Il Diavolo mantenne la parola data, il principe invece ritenne di aver oltrepassato il limite e venne meno alla promessa. Satana andò su tutte le furie. Distrusse gli arredi della chiesa, ne  gettò in fondo al canale del Rio (che secondo un’altra leggenda lui stesso avrebbe scavato) le campane che risuonano ininterrotte da allora e occultò il prezioso scrigno che aveva portato in dono al nobile committente.

Una volta interdetta al culto la chiesa divenne una meta ambita da quanti bramavano di mettere le mani sul tesoro maledetto, distruggendo gli altari e scavando sotto il pavimento.

Con il restauro e la riapertura al pubblico sembra che la triste storia di questa chiesa sia giunta al termine. Non conoscerà più i fasti del passato, ma potrà finalmente gloriarsi di una ritrovata e meritata dignità.


2 commenti su “La Chiesa dei Diavoli a Tricase

  1. martucci ha detto:

    A Francavilla Fontana esiste la chiesa della Madonna delle Grazie, che presenta moltissime similitudini con la chiesa Nuova di Tricase. Entrambe sono a pianta ottagonale. Anche l’interno è molto simile. Anche la chiesa di Francavilla si dice che fu costruita dai diavoli. Più verosimilmente fu costruita nella seconda metà del ‘600 durante il principato degli Imperiali.
    venire a francavilla per verificare la somiglianza. prof. martucci.

  2. gianni tirelli ha detto:

    QUEI DIAVOLI DEI CATTOLICI

    Il cattolico è l’immagine rappresentativa della totale contraffazione del pensiero cristiano. Il cattolico applica la liturgia del suo credo, in maniera fiscale e maniacale, al fine di dimostrare agli altri la sua effimera coerenza (va in chiesa, si confessa, prende l’eucaristia, ecc). Nella realtà, in virtù della sua vocazione confessionale e di un’ipocrisia connaturata, spinge i suoi comportamenti di illegalità morale e spirituale ai massimi livelli, certo che il perdono divino lo riscatterà comunque da ogni colpa. L’atteggiamento di questi individui va ricercato in una completa assenza di consapevolezza e di discernimento che, nell’incontrollata paura esistenziale, afferma la sua totale sottomissione alla legge del dogma padrone – risultato di una coscienza sterile e di una incapacità di fondo di spiegare le ragioni oggettive, relative al mistero della vita e della morte. Il cattolico “tipo”, in netta antitesi (nei fatti) con la dottrina evangelica, predica bene e razzola male. Un detto calabrese recita “ciangiunu i morti e futtanu i vivi”. Il modo compassionevole, attraverso il quale, il cattolico contemporaneo, interpreta le ingiustizie sociali, è di sola facciata, pregno di ostentazione e sottolineature. Il cattolico moderno, figlio naturale di una baronia della fede che, nel tempo ha consolidato i suoi privilegi, tende, per una sorta di snobismo di classe, ad emarginare i ceti più umili e meno abbienti imputando, nella sostanza, agli stessi, la causa della loro condizione. Diversa e contraria è la loro predica che, in maniera populistica e demagogica, arringa alle ingiustizie di questo mondo e alla fine di ogni schiavitù. Il cattolico tipo è teso a giustificare ogni suo comportamento, e la spudoratezza e la forza con la quale mente a se stesso e agli altri, attinge vigore nella promessa di un’indulgenza senza sconti. Il nostro cattolico insegue una vita agiata e conformista, allineandosi con le novità che il prolifico sistema liberista commercializza; é un individuo iper-moderno, tecnologicamente avanzato e politicamente amorfo. Insegue la moda in tutti i suoi dettagli e il culto dell’apparenza, non disdegnando così pratiche di chirurgia plastica e altro – altro ancora. In politica, vista la coerenza che lo contraddistingue e l’orgoglio del suddito, non esita a schierarsi con i poteri oppressori e paladini della discriminazione sociale, responsabili inoltre di tutti i crimini ambientali e dell’opera di profanazione e violazione di ogni principio etico e deontologico – un tempo sostenitori delle dittature e delle leggi razziali.
    L’orrore che nutrono per il diverso e lo straniero (celato dietro il paravento di un’ipocrisia congenita e da un’abissale ignoranza) porta il cattolico a condividere, con alcuni movimenti politici, soluzioni xenofobe. Un sondaggio del 2007 dimostra che una percentuale altissima di divorziati si annida tra le fila dei cattolici che non disdegnano, all’occorrenza, la pratica dell’aborto e del trapianto degli organi – e non escludo la clonazione. Non ho mai ascoltato da parte dei cattolici la doverosa indignazione e lo sdegno contro i massacri dei civili iracheni, e la carneficina dei nostri militari a Nassiryya, ma solo l’assordante e scomposto vociare nell’invocazione autoreferenziale del diritto alla vita per Eluana Englaro.
    L’esercizio di illusionismo politico di estremizzare l’etica e la morale, riducendo la questione alle problematiche relative al “fine vita” e al “concepimento” è il gioco sporco e ipocrita di questa Chiesa, che ha lo scopo di eludere (furbescamente) ogni oggettiva responsabilità di natura sociale, umana e cristiana e di trasfigurare l’azione pragmatica, in un avvilente proselitismo salottiero.
    La Chiesa cattolica che, per sua vocazione, dovrebbe rappresentare il cenacolo dell’etica e, quindi, il supremo esempio di ottemperanza e di cieca fedeltà alla liturgia evangelica, diventa (alla luce degli ultimi avvenimenti), elemento destabilizzante che rischia di produrre emulazione e la sottovalutazione di tali aberranti comportamenti. Codificandoli poi, fra le debolezze umane, apre la strada a un relativismo morale e spirituale senza briglie.
    Un tempo, il naturale sentimento di colpa (oggi estinto per sempre), non era che la spia luminosa relativa ad alcuni comportamenti deplorevoli che, accendendosi, ci segnalava l’erroneità dei nostri atti e pensieri, causa di ingiustizia e di gratuito dolore.
    L’atteggiamento volto a minimizzare la gravità degli abusi sessuali, consumati su degli innocenti, e di tutti gli effetti devastanti, che è facile immaginare, condizioneranno per sempre la loro esistenza, rischia di essere di gran lunga più sacrilego degli stessi crimini commessi. Tali comportamenti, esulano dalla sfera della morale per sconfinare nel delitto efferato, contro la persona e la società civile.
    Cosa ne sarebbe della Chiesa cattolica se si depennasse dal suo ordinamento, il sacramento della confessione?
    La confessione cattolica è stata in assoluto la prima vera operazione di marketing e di propaganda tesa alla mercificazione delle coscienze che, per diritto, entrano a fare parte dei paradisi fiscali dell’anima.
    La confessione del resto, ha la stessa efficacia della dicitura, “Il fumo uccide”, in calce sui pacchetti delle sigarette, e della pena di morte, addotta come deterrente. In realtà tutti, continuano a peccare, a fumare e a uccidere. È l’etica del male.
    Banalizzare la questione religiosa, riducendola poi, a una disputa fra stato confessionale e laicismo, è un grave errore di sostanza. La vera frattura, si è consumata tra i cristiani e cattolici, due blocchi, oggi, opposti e contrapposti. Così, il cristianesimo, si è ridotto a un’insulsa parola priva di qualsiasi forza e significato.
I cristiani autentici (gli invisibili) operano nell’ombra, liberi da ostentazioni e personalismi autoreferenziali, adempiendo alla loro missione di volontariato, solidarietà e di vera fede. La Chiesa (oggi più di sempre), é il paradiso fiscale dei cattolici, e il cruccio dei tanti cristiani. I veri credenti, non si liberano dal disagio prodotto dal senso di colpa, confidando i propri peccati a terze persone, a fronte di una indulgenza catartica, atta a ristabilire una nuova coscienza, mondata da ogni oggettiva responsabilità e giudizio autocritico. Questi sono i pagani! 
I veri credenti, si interrogano sulle proprie azioni e intevengono sui comportamenti, al fine di rimuovere, attraverso la volontà, la consapevolezza e in virtù di un impianto etico connaturato, ogni debolezza, attenuante ed effimera dipendenza. Questi, sono i cristiani e, una tale volontà si chiama Dio.
    In questi anni a venire, assisteremo alla diaspora della Clero secolare e monastico che, in seguito, darà origine a due fronti opposti e contrapposti. Il primo, di matrice cattolica confessionale, sarà rappresentato dalla oscura borghesia industriale che avrà calamitato e inglobato al suo interno, buona parte di un sotto proletariato socialmente qualunquista e avulso da ogni principio etico e morale. Questo, è il fronte dei privilegi e delle scorciatoie morali; un paradiso fiscale dell’anima che, nell’indulgenza pretesa e concessa loro da un unico Dio onnisciente e onnipresente, si prefigge un perverso quanto illusorio, disegno di immortalità. Il fronte opposto, radicalmente cristiano, sarà rappresentato dalla cultura nel suo significato più generale, e da un proletariato colto, socialmente e politicamente impegnato nelle lotte di libertà e di giustizia sociale. Questo secondo, è il fronte della speranza che, nell’adempimento quotidiano della parola di Gesù Cristo, tende a dare un senso alla propria esistenza e alla necessità della morte.

    Solo una Chiesa povera, può soddisfare la sete di fede degli uomini onesti, e solo una Chiesa padrona e compiacente, accelerare quel processo di disgregamento morale, spirituale ed etico che oggi, più che mai, mina le nostre “moderne” società occidentali.
Che contano, sono sempre i fatti e non gli orpelli. Le nostre convinzioni valgono per quello che costano e non per quello che rendono.
    Un cristiano convinto.

    Gianni Tirelli

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