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  • Gli 800 martiri di Otranto: la storia della presa della città

    Pubblicato da: Marco Piccinni | 8 apr 2009 | pubblicato in: Otranto | 15.447 visite |

    Qui stette il sasso ove gli ottocento idruntini decollati per la fede morirono. La colonna di fronte rammenta il supplizio del carnefice Berlabei a si grande spettacolo di eroismo convertito. Passeggero chiunque tu sei plaudi alla fortezza dei nostri martiri e ai trionfi della cristiana religione.

    Finisce così, il 14 Agosto del 1480, la vita di altri 800 idruntini, decapitati per volere di Achmet Pascià, per soddisfare la sua sete di potere e di terrore. Altri 800 cadaveri si aggiunsero ai 12.000 caduti sotto le spade dell’esercito Turco. Altre 800 vittime, che rinunciarono alla vita pur di non rinnegare il credo Cristiano. 800 uomini, di cui oggi resta solo un elenco di nomi incisi nei marmi della cappella di Santa Maria dei Martiri, e delle ossa, custodite in alcune teche di vetro della Cattedrale del paese.

    Quello che leggerete nelle righe a seguire, è il racconto di uno dei massacri più crudi e violenti che ha colpito la storia salentina e non solo.

    Lapide commemorativa sulla valle della memoria

    Lapide commemorativa sulla valle della memoria

    Tutto ebbe inizio all’alba del 28 Luglio del 1480, quando più di 18000 uomini a bordo di una imponente flotta, composta da 150 navi, giunsero sulle coste salentine con un solo intento: aprire un fronte ed una base di appoggio per estendere la supremazia ottomana in Italia. Il progetto espansionistico in occidente era sempre stato il sogno di Maometto II, il quale, partendo dal fronte pugliese e da quello veneziano, avrebbe voluto raggiungere e conquistare il Vaticano.

    “Quel mattino era un venerdì, era il 28 luglio del dell’anno 1480. Sceso sulle rocce più basse, vicino al porto, mi rimboccai le brache, perché al vento della tramontana ogni onda faceva spruzzo, mentre buttava acqua nelle buche degli scogli e si succhiava quella lasciata dall’onda precedente. ..era fresca l’aria quel mattino benché fosse il mese di luglio; giungeva bagnata dal mare e faceva balletti nei cespugli di malvarosa e di finocchio; ricordo benissimo, stavo giusto per chinarmi sulla fiancata del porto a tirare le lenze e d’un tratto vidi la cosa …. Galeoni di mercanzia non potevano essere, chiara fu subito la forma delle vele e a poco a poco, in vetta ai cavalloni, la mezzaluna stessa degli scafi: erano galee turche, nel mezzo del canale d’Otranto … poco tempo era passato quando un vapore grigio, simile a fumo, coperse mare e cielo, attraversato a momenti dal fuoco di fulmini silenziosi e squarciato da folate di tramontana, che mi lasciavano solo vedere al largo fantasmi di galee, sospesi nel vuoto.

    Nel girare la testa verso mastro Natale mi accorsi che su uno scoglio, e su un altro e un altro c’erano Cola Mazzapinta, Nachira, Alfio da Faggiano, Antonello d’Alessandro, fermi con gli occhi fissi al canale.

    Fummo rapidissimi. Cominciammo a correre e a gridare tutti insieme. Aldo da Faggiano urlava: ‘Alle campagne, a ritirare le bestie! Bisogna portare dentro le bestie!’ “

    L’attacco non iniziò immediatamente, ma fu preceduto da una richiesta fatte pervenire agli anziani del paese da parte di un emissario. Questi rifiutarono coraggiosamente le condizioni imposte dai Turchi uccidendo il messaggero, sbarrando le porte della città e gettando le chiavi in mare.

    “Poco tempo passò che giunse l’araldo saraceno con a lato l’interprete … disse che la sua ambasciata conteneva due capitoli: il primo era che Akmed Ghedik Pascià voleva la Città per sé. Il secondo era che ciascun uomo nasce prima a Dio e poi alla morte, e che perciò, se volevamo resistere, avremmo incontrato la morte; se consegnavamo invece la città senza combattere, potevamo fare due cose a nostra scelta, o andarcene lontano con le donne e i figli, dove ci fosse piaciuto, o restare sudditi di Akmed Pascià, onorando Maometto, vero profeta di Dio in tutti paesi del mondo.…

    ‘come andarsene?come farsi pagani?’ seguì un gran vociare di tutti quasi fossimo a un pranzo di nozze; ognuno adesso voleva dire la sua. Squillò la voce di Nachira: ‘E perché moriremo certamente? E se morissero loro invece?’

    ‘Io dico che Otranto è casa nostra’, gridava Antonio De Raho, ‘e questo non l’abbiamo stabilito noi, l’ha stabilito il signore Iddio e quindi noi non ci dobbiamo muovere di qui’….

    Di grido in grido si arrivò alle imprecazioni, l’araldo se ne stava immobile, contegnoso, con le braccia sul petto, e dava a vedere che ci contava per mosche. Ma il capitano Zurlo tagliò corto e alzò la voce, spiegò all’araldo che Otranto era suddita della serenissima e cattolica maestà del re Ferrante I d’Aragona e che, se Akmed Pascià la voleva in sua dominazione, venisse a prendersela con le armi. Era il sabato 29 luglio, il mare stava sempre agli ordini della tramontana e gettava sulla spianata pesciolini bianchi tramortiti dal colpo. Per la prima volta in vita mia, io che ero sanissimo, sentii una debolezza curiosa nelle gambe e tutto il corpo come se mi avessero dato delle botte: ‘Antonello, siamo in guerra’.

    Subito dopo la porta grande fu chiusa alle spalle dell’araldo.

    ‘Alzate i ponti’ grido il capitano de li Falconi ‘calare le saracinesche, chiudere i rastrelli’. “

    Nel frattempo l’esercito ottomano faceva razzia di tutto quello che trovava al di fuori della porzione fortificata della città, prima di sferrare il primo attacco alle mura fortificate: il bombardamento con palle di granito, durato ben tre giorni.

    L’attacco a distanza non sortì gli effetti desiderati ma la paura e il terrore dilagava tra gli idruntini. Lo sconforto non mancò di colpire anche i componenti delle forze militari che si diedero alla fuga approfittando di un momento di distrazione del nemico. La sola difesa di Otranto era ormai rappresentata da suoi abitanti.

    “Il secondo giorno mi trovai sulla torre alta con una balestra, delle frecce, un posto di guardia, e come me gli altri pescatori otrantini. S’era cambiato mestiere.

    ‘Noi non abbiamo mai ammazzato un uomo’ dissi io.

    ‘si dovrà non guardarli negli occhi’ disse mastro Natale; si interruppe. ‘Se li guardi negli occhi’, riprese, ‘perdi la sicurezza, ti pare che siano uomini come te, perché anche i pagani sono fatti a immagine e somiglianza di Dio, questa è la cosa.’

    In quella Nachira urlò: ‘Si stanno muovendo’. Tutti di botto ci sporgemmo verso i fossati dove macchie nere si spostavano entro spazi grigi, schiariti dai primi riflessi dell’alba. I turchi nello stesso attimo diedero in un urlo, accompagnato dal suono dei tamburi … e cominciarono a gettare palle da levante, distante dalle mura cinquanta passi, e da scirocco sul colle di San Francesco che distava ottanta passi… al diradarsi degli spruzzo si videro i turchi, sotto lo scoppiettio delle spingarde, riempire il fossato, rincorrendosi forsennati, buttando scale e canapi contro le mura, mentre con tutte le parti del corpo facevano un’infinità di mossencuriose: si chinavano sulla schiena, si drizzavano, sventolavano le curve lame. Cominciarono a asalire, armati di scimitarre, archibugi, mezze picche, e con accette fissate alla cintura: strisciavano sulla pietra a gruppi, la zàrcola di feltro in capo, tutti nella stessa direzione.

    ‘Presto, presto!’, gridava il capitano de li Falconi, ‘mettetevi dalle due parti!’ Il primo turco buttato giù, sbarrò gli occhi nell’atto di cadere e rotolò lungo le mura urlando. Per Dio, non eravamo abituati e vedere la gente rotolar giù dalle mura, ma l’istinto della difesa ci portò ad ucciderne altri e tutti insieme ci mettemmo a gridare…. ‘Accidenti avete visto?’ disse Mazzapinta. ‘Siamo ancora vivi’, fece Pieri di San Pietro. Sì, ervamo vivi. Ma il cuore si stringeva in un’angoscia teribile che non lasciava spazio per ilpiacere di essere vivi, era un cuore in tempesta, il cui rombo non permetteva di sentire altro.

    Quel giorno, al vespro, Akmed Pascià mandò un altro araldo a offrire pace e a achiedere servitù. Mandò l’araldo a cavallo, con una pezzuola bianca sulla lancia, fino al terrapieno che cingeva il fossato: da lì l’araldo grido che Akmed offriva tregua e le stesse condizioni di pace che aveva offerto il primo giorno. Ma dalle mura il capitano de li Falconi rispose che la città non poteva accettare assolutamente quelle condizioni, sicché l’araldo voltò il cavallo e tornò al suo campo.

    Al vespro dell’8 agosto si sparse la voce che l’indomani i turchi avrebbero concentrato le forze contro la torre di ponente, da cui contavano entrare nella città e farla finita. … una massa compatta di turchi prese a salire gridando, cadendo a terra, risalendo: era l’attacco più forte della giornata, tanto difficile da controbattere che il capitano de li Falconi chiamò a raccolta sulla nostra torre i pochi soldati sparsi lungo le mura di ponente e di tramontana, per più di un’ora fra i merli comparvero turchi e otrantini, otrantini e turchi che si abbracciavano, si ammassavano senza che fosse possibile capire chi vinceva e chi perdeva, neanche che diavolo stesse succedendo. La sera del 9 agosto la torre di ponente, la più assediata dai turchi,era ancora nelle nostre mani.”

    Dopo vari tentativi i Turchi riuscirono a penetrare le mura cittadine aprendosi un varco in una porta e distrussero qualsiasi cosa  incrociasse il loro cammino. I cittadini riuscirono a difendersi per 11 giorni, fino al 12 Agosto, prima che Otranto fosse conquistata.

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    2 Commenti su “Gli 800 martiri di Otranto: la storia della presa della città”

    1. Once Mussolini’s Country!!!!!!

      A country that “was” just a simple draft of emperialism!!!

      First ivestigate bloody pages of history

      How many Turks and native people did you kill in Libia, in 1911?

      How many Ethiopian did you kill in Ethiopia?

      And so on…..

      Greetings from Turkey!

    2. A country that “was” just a simple draft of emperialism!!!
      First ivestigate bloody pages of history
      How many Turks and native people did you kill in Libia, in 1911?
      How many Ethiopian did you kill in Ethiopia?
      And so on…..
      Greetings from Turkey!

      We are only repoting historical facts that happened and belong to our culture and history. We are neither accusing someone nor forgetting what we committed in other countries or towards other populations on past times.

      Everyone stands either from the right and wrong side, but here, we are not in the right place to argue about this issue.

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