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Gli 800 martiri di Otranto: la storia della presa della città

Qui stette il sasso ove gli ottocento idruntini decollati per la fede morirono. La colonna di fronte rammenta il supplizio del carnefice Berlabei a si grande spettacolo di eroismo convertito. Passeggero chiunque tu sei plaudi alla fortezza dei nostri martiri e ai trionfi della cristiana religione.

Finisce così, il 14 Agosto del 1480, la vita di altri 800 idruntini, decapitati per volere di Achmet Pascià, per soddisfare la sua sete di potere e di terrore. Altri 800 cadaveri si aggiunsero ai 12.000 caduti sotto le spade dell’esercito Turco. Altre 800 vittime, che rinunciarono alla vita pur di non rinnegare il credo Cristiano. 800 uomini, di cui oggi resta solo un elenco di nomi incisi nei marmi della cappella di Santa Maria dei Martiri, e delle ossa, custodite in alcune teche di vetro della Cattedrale del paese.

Quello che leggerete nelle righe a seguire, è il racconto di uno dei massacri più crudi e violenti che ha colpito la storia salentina e non solo.

Lapide commemorativa sulla valle della memoria

Lapide commemorativa sulla valle della memoria

Tutto ebbe inizio all’alba del 28 Luglio del 1480, quando più di 18000 uomini a bordo di una imponente flotta, composta da 150 navi, giunsero sulle coste salentine con un solo intento: aprire un fronte ed una base di appoggio per estendere la supremazia ottomana in Italia. Il progetto espansionistico in occidente era sempre stato il sogno di Maometto II, il quale, partendo dal fronte pugliese e da quello veneziano, avrebbe voluto raggiungere e conquistare il Vaticano.

“Quel mattino era un venerdì, era il 28 luglio del dell’anno 1480. Sceso sulle rocce più basse, vicino al porto, mi rimboccai le brache, perché al vento della tramontana ogni onda faceva spruzzo, mentre buttava acqua nelle buche degli scogli e si succhiava quella lasciata dall’onda precedente. ..era fresca l’aria quel mattino benché fosse il mese di luglio; giungeva bagnata dal mare e faceva balletti nei cespugli di malvarosa e di finocchio; ricordo benissimo, stavo giusto per chinarmi sulla fiancata del porto a tirare le lenze e d’un tratto vidi la cosa …. Galeoni di mercanzia non potevano essere, chiara fu subito la forma delle vele e a poco a poco, in vetta ai cavalloni, la mezzaluna stessa degli scafi: erano galee turche, nel mezzo del canale d’Otranto … poco tempo era passato quando un vapore grigio, simile a fumo, coperse mare e cielo, attraversato a momenti dal fuoco di fulmini silenziosi e squarciato da folate di tramontana, che mi lasciavano solo vedere al largo fantasmi di galee, sospesi nel vuoto.

Nel girare la testa verso mastro Natale mi accorsi che su uno scoglio, e su un altro e un altro c’erano Cola Mazzapinta, Nachira, Alfio da Faggiano, Antonello d’Alessandro, fermi con gli occhi fissi al canale.

Fummo rapidissimi. Cominciammo a correre e a gridare tutti insieme. Aldo da Faggiano urlava: ‘Alle campagne, a ritirare le bestie! Bisogna portare dentro le bestie!’ “

L’attacco non iniziò immediatamente, ma fu preceduto da una richiesta fatte pervenire agli anziani del paese da parte di un emissario. Questi rifiutarono coraggiosamente le condizioni imposte dai Turchi uccidendo il messaggero, sbarrando le porte della città e gettando le chiavi in mare.

“Poco tempo passò che giunse l’araldo saraceno con a lato l’interprete… disse che la sua ambasciataconteneva due capitoli: il primo era che Akmed Ghedik Pascià voleva la Città per sé. Il secondo era che ciascun uomo nasce prima a Dio e poi alla morte, e che perciò, se volevamo resistere, avremmo incontrato la morte; se consegnavamo invece la città senza combattere, potevamo fare due cose a nostra scelta, o andarcene lontano con le donne e i figli, dove ci fosse piaciuto, o restare sudditi di Akmed Pascià, onorando Maometto, vero profeta di Dio in tutti paesi del mondo.…

‘come andarsene?come farsi pagani?’ seguì un gran vociare di tutti quasi fossimo a un pranzo di nozze; ognuno adesso voleva dire la sua. Squillò la voce di Nachira: ‘E perché moriremo certamente? E se morissero loro invece?’

‘Io dico che Otranto è casa nostra’, gridava Antonio De Raho, ‘e questo non l’abbiamo stabilito noi, l’ha stabilito il signore Iddio e quindi noi non ci dobbiamo muovere di qui’….

Di grido in grido si arrivò alle imprecazioni, l’araldo se ne stava immobile, contegnoso, con le braccia sul petto, e dava a vedere che ci contava per mosche. Ma il capitano Zurlo tagliò corto e alzò la voce, spiegò all’araldo che Otranto era suddita della serenissima e cattolica maestà del re Ferrante I d’Aragona e che, se Akmed Pascià la voleva in sua dominazione, venisse a prendersela con le armi. Era il sabato 29 luglio, il mare stava sempre agli ordini della tramontana e gettava sulla spianata pesciolini bianchi tramortiti dal colpo. Per la prima volta in vita mia, io che ero sanissimo, sentii una debolezza curiosa nelle gambe e tutto il corpo come se mi avessero dato delle botte: ‘Antonello, siamo in guerra’.

Subito dopo la porta grande fu chiusa alle spalle dell’araldo.

‘Alzate i ponti’ grido il capitano de li Falconi ‘calare le saracinesche, chiudere i rastrelli’. “

Nel frattempo l’esercito ottomano faceva razzia di tutto quello che trovava al di fuori della porzione fortificata della città, prima di sferrare il primo attacco alle mura fortificate: il bombardamento con palle di granito, durato ben tre giorni.

L’attacco a distanza non sortì gli effetti desiderati ma la paura e il terrore dilagava tra gli idruntini. Lo sconforto non mancò di colpire anche i componenti delle forze militari che si diedero alla fuga approfittando di un momento di distrazione del nemico. La sola difesa di Otranto era ormai rappresentata da suoi abitanti.

“Il secondo giorno mi trovai sulla torre alta con una balestra, delle frecce,un posto di guardia, e come me gli altri pescatori otrantini. S’era cambiato mestiere.

‘Noi non abbiamo mai ammazzato un uomo’ dissi io.

‘si dovrà non guardarli negli occhi’ disse mastro Natale; si interruppe. ‘Se li guardi negli occhi’, riprese, ‘perdi la sicurezza, ti pare che siano uomini come te, perché anche i pagani sono fatti a immagine e somiglianza di Dio, questa è la cosa.’

In quella Nachira urlò: ‘Si stanno muovendo’. Tutti di botto ci sporgemmo verso i fossati dove macchie nere si spostavano entro spazi grigi, schiariti dai primi riflessi dell’alba. I turchi nello stesso attimo diedero in un urlo, accompagnato dal suono dei tamburi … e cominciarono a gettare palle da levante, distante dalle mura cinquanta passi, e da scirocco sul colle di San Francesco che distava ottanta passi… al diradarsi degli spruzzo si videro i turchi, sotto lo scoppiettio delle spingarde, riempire il fossato, rincorrendosi forsennati, buttando scale e canapi contro le mura, mentre con tutte le parti del corpo facevano un’infinità di mossencuriose: si chinavano sulla schiena, si drizzavano, sventolavano le curve lame. Cominciarono a asalire, armati di scimitarre, archibugi, mezze picche, e con accette fissate alla cintura: strisciavano sulla pietra a gruppi, la zàrcola di feltro in capo, tutti nella stessa direzione.

‘Presto, presto!’, gridava il capitano de li Falconi, ‘mettetevi dalle due parti!’ Il primo turco buttato giù, sbarrò gli occhi nell’atto di cadere e rotolò lungo le mura urlando. Per Dio, non eravamo abituati e vedere la gente rotolar giù dalle mura, ma l’istinto della difesa ci portò ad ucciderne altri e tutti insieme ci mettemmo a gridare…. ‘Accidenti avete visto?’ disse Mazzapinta. ‘Siamo ancora vivi’, fece Pieri di San Pietro. Sì, ervamo vivi. Ma il cuore si stringeva in un’angoscia teribile che non lasciava spazio per ilpiacere di essere vivi, era un cuore in tempesta, il cui rombo non permetteva di sentire altro.

Quel giorno, al vespro, Akmed Pascià mandò un altro araldo a offrire pace e a achiedere servitù. Mandò l’araldo a cavallo, con una pezzuola bianca sulla lancia, fino al terrapieno che cingeva il fossato: da lì l’araldo grido che Akmed offriva tregua e le stesse condizioni di pace che aveva offerto il primo giorno. Ma dalle mura il capitano de li Falconi rispose che la città non poteva accettare assolutamente quelle condizioni, sicché l’araldo voltò il cavallo e tornò al suo campo.

Al vespro dell’8 agosto si sparse la voce che l’indomani i turchi avrebbero concentrato le forze contro la torre di ponente, da cui contavano entrare nella città e farla finita. … una massa compatta di turchi prese a salire gridando, cadendo a terra, risalendo: era l’attacco più forte della giornata, tanto difficile da controbattere che il capitano de li Falconi chiamò a raccolta sulla nostra torre i pochi soldati sparsi lungo le mura di ponente e di tramontana, per più di un’ora fra i merli comparvero turchi e otrantini, otrantini e turchi che si abbracciavano, si ammassavano senza che fosse possibile capire chi vincevae chi perdeva, neanche che diavolo stesse succedendo. La sera del 9 agosto la torre di ponente, la più assediata dai turchi,era ancora nelle nostre mani.”

Dopo vari tentativi i Turchi riuscirono a penetrare le mura cittadine aprendosi un varco in una porta e distrussero qualsiasi cosa  incrociasse il loro cammino. I cittadini riuscirono a difendersi per 11 giorni, fino al 12 Agosto, prima che Otranto fosse conquistata.

 

“L’indomani i Turchi sfondaronoa Porta San Francesco; quando mi accorsi che era la fine, ordinai di far suonare tutte le campane a festa, come se stessero arrivando le milizie napoletane. Il trucco per qualche ora fece effetto e i nemici, interrotto l’assalto, si radunarono tutti insieme aldilà del fossato, in attesa. Ma poiché nessuno arrivava, poco prima del mezzogiorno essi sferrarono l’ultimo attacco: riempiti i fossi, fecero sparare contemporaneamente tutte le artiglierie, piegati sul ventre.”

I crimini del nemico però non si fermarono alle migliaia di vittime già collezionate, la cattedrale fu presa d’assedio ed utilizzata come stalla per i cavalli dell’esercito invasore. Questi arrecarono seri danni al mosaico dell’albero della vita, uno dei più grandi al mondo. La cattedrale venne utilizzata anche come luogo di ritrovo per i festini che i soldati organizzavano per divertirsi a scapito delle donne del paese, le quali furono violentate e probabilmente ingravidate. Su questo episodio trova il suo fondamento il soprannome dato ali abitanti di Otranto: “figli dei turchi”.

“Nel giorno dell’attacco alla porticella noi donne con i piccini andammo a vivere nella cattedrale, per ordine dell’arcivescovo: così le navate assomigliavano alle navate di un accampamento e nelle cappelle stavano le madri con i piccini. Per tredici giorni le porte della chiesa furono spalancate, sicché da esse e dai finestroni entrava la grande luce del sole d’agosto, si poggiava sule pitruzze rosse, verdi, gialle del pavimento, illuminava gli alberi dell’Eden, Adamo ed Eva, lo Scorpione, la Bilancia e si fermava al tocco fra la torre di Babele e l’Arca di Noè.

Il 12 agosto, giorno di venerdì, si sentì un tale fracasso che pareva dovessero cadere i muri maestri della cattedrale; le navate si riempirono di odore di fumo … ‘Sbarrate le porte, arrivano i Turchi!’

Tutto fu un subbuglio. Mentre i monaci basiliani sbarravano le porte con spranghe di ferro. Allora poco tempo passò e vedemmo il vecchio arcivescovo entrare nella navate grande con le vesti pontificali, sedersi sul trono a sinistra dell’altare maggiore. Quando i turchi sfondarono la porta grande e invasero la chiesa, lui sedeva là, immobile, coi paramenti d’oro, lungo e sottile, la mitra in capo, di seta bianca, vergata d’oro, e una grande croce davanti a sé, stretta nelle due mani. I turchi avanzarono in massa correndo e urlando fino alla gradinata dell’altare maggiore, ma qui si fermarono di botto: avevano visto l’arcivescovo, e continuavano a guardarlo, stupefatti, scrollando in capo i pennacchioni delle zarcole. Forse non potevano credere che fosse un uomo vero e stare li seduto con vesti di porpora e guardare in su. Lui ancora per un attimo non si mosse, poi si alzò lentamente in piedi, gli occhi dalla croce girarono alle facce dei turchi, le guardarono a una a una. Infine, tesa nell’aria una mano stecchita, con il suo filo di voce gridò : ‘miseri infelici, che siete caduti nelle tenebre’. I turchi sgranarono gli occhi, impegnarono un momento a riprendersi; appena si ripresero, lo pugnalarono e cominciarono ad urlare. Noi guardavamo impietrite l’arcivescovo pugnalato, e fu così che vedemmo un turco strappargli la mitra, ficcarsela in capo e andare per la navata scrollando la testa come un burattino…

Comparve la paizza grande: le porte della cattedrale erano spalancate e turchi entravano, uscivano con i mantelli rimboccati e fissati alla cintura, ma uscivano anche cavalli.

Mazzapinta alzò gli occhi al cielo confusi, disse: ‘Le stalle ci hanno messo! I cavalli mangiano sugli altari’.

Colonna in ricordo di Berlabei

Colonna in ricordo di Berlabei

La crudeltà di Pascià raggiunse il suo culmine quando ordino agli 800 uomini supersiti (di età maggiore di 15 anni), di raggiungere il colle di Minerva (chiamata così perché si riteneva che un tempo vi fosse un tempio dedicato alle dea), conosciuto da quel giorno anche come valle della memoria. Questi uomini furono condotti nudi e incatenati al massacro. La loro unica possibilità di salvezza sarebbe stata quella di abbandonare la religione Cristiana e congiungersi al nemico.

“… ha detto che i turchi hanno raccolto tutti i nostri nella piazza, li hanno contati, hanno preso i nomi e li hanno chiusi nel cortile del castello.

‘E che ne faranno?’

‘va a sapere’, io dissi

‘dici che li ammazzano?’

‘ho idea che i turchi ci taglieranno la testa’

Il Pascià preso in mano un bastoncino di avorio, lo agitò nell’aria gridando a voce piena: ‘Vedete quella porta?’ era la porta che dava sul cortiletto di guardia, ‘Chi vuole avere vita libera, ritrovare moglie, figli, venga avanti ed esca da quella porta! Avanti!’ Passò qualche minuto, ognuno lungo come ore, tanto l’attesa era spaventosa. Tutti ci guardavamo, nessuno si muoveva. Niente. Tutta la vita dentro ognuno di noi s’era fermata. Allora al Pascià vennero le convulsioni: ‘Volete restare cristiani? Non ubbidite agli ordini?’ Nel silenzio che seguì si levò una voce: ‘Vogliamo restare cristiani’, era la voce di mastro Natale. Il pascià cominciò ad urlare, disse che i vinti infedeli non potevano essere lasciati in vita e che quindi noi dovevamo andare a morire; ci avrebbero tagliato la testa.

Passato qualche poco venne il mattino. Era il 14 agosto, vigilia dell’Assunta. Pensai: ‘è il giorno che ho chiesto in moglie Nicoletta’, perché, quando uno sta per lasciare la vita, è curioso quanti particolari si ricorda, ma nello stesso tempo è come se , avendo tanti numeri pronti, dovesse fare un’operazione e non gli uscisse il calcolo. Ad un certo punto sentimmo una massa di piedi scendere le scale del sotterraneo, le guardie turche, fornite di mazzi di corde, cominciarono a legarci le braccia dietro la schiena, ci fecero salire nel cortile, dove vedemmo arrivare anche quello degli altri sotterranei, col viso floscio di gente insonne e gli occhi sperduti. Contarono i primi cinquanta, fra cui capitai anche io, e ci avviarono al colle della Minerva, in file di cinque; la palla tonda del sole, ancora rossastra, veniva su dal mare, mentre noi si andava per la salita, lentamente legati alle corde. Guardai il campanile della cattedrale, perché avrei voluto sentir suonare le campane, ma le campane tacevano.Io stavo salendo la rampa degli oleandri, l’ultima della via del colle. Avrei potuto girdare ‘Aspettate, fermatevi; è tanto lungo il tempo che deve venire dopo, lasciatecene ancora un po’. Che vi costa?’ C’era un gran silenzio, avevamo tutti le mani legate, la bocca chiusa e il sole alle spalle. Arivati allo spiazzo ci fermammo; il Pascià sedeva alla turca su un tappeto rosso davanti al padiglione, la mezza luna d’oro sulla berretta, il boia era pronto. Vicino a me saltellò terra terra una cicala, felice lei, che avrebbe continuato a saltellare. Allora alzai ancora gli occhi, mentre il cuore faceva la trottola, vidi una grande luce su tutta la campagna e gli oleandri che slungavano i rami nel cielo, bianchi e rossi; quegli oleandri del colle della Minerva furono l’ultima cosa che vidi in vita mia. Chi l’avrebbe mai detto.”

Antonio Pezzullo, conosciuto in seguito come Primaldo, fu il primo ad essere giustiziato poiché il primo a rifiutare con coraggio l’offerta ottomana. Si racconta che il suo corpo rimase in piedi anche dopo la decapitazione, almeno fino al momento in cui tutti gli altri idruntini cadettero vittime dello stesso martirio. I corpi dei martiri rimasero sul colle della Minerva fino alla liberazione della città. In questo lasso di tempo (durato più di un anno) i cadaveri non entrarono in putrefazione nè tantomeno nessuno animale osò mai avvicinarsi.

“Erano i primi di ottobre dell’anno 1481 e a Otranto si festeggiava solennemente con un Te Deum nella cattedrale la liberazione della città, avvenuta il 13 settembre dello stesso anno ad opera delle milizie di Don Alfonsod’Aragona.

..pensate a quegli ottocento uomini, che a schiere di cinquanta salironocon lemani legate sul colle della Minerva ed uno appresso all’altro, fatto superbo e spaventoso, furono decollati per l’empietà delpagano. Ma da tale travaglio Iddio trasse occasione per un nuovo portentoso miracolo: difatti il primo otrantino che spiegò il collo alla scure e che, chiamandosi Primaldo, già portava con sé il segno di tale divina predestinazione , rimase eretto senza testa, tutto d’un pezzo e per quanto i turchi si affacendasero per rovesciarlo a terra, egli caddesolo dopo che l’ulitmo otrantino fu decollato, e di sua propria volontà. Allora i corpi dei santi, laciati insepolti sul colle, perché fossero pasto di avvoltoi e di fiere selvagge, chiaro argomento dell’empietà pagana, rimasero per mesi intatti e corrotti, emanando una divina luce, sicchè la notte da lontano i turchi scorgevano misteriose luminarie sul colle e se ne sbigottivano e pensavano che un incendio bruciasse la collina. Questo vi dico per relazione di uomini che furono presenti e perché le vostre anime intendano il potere della santità”.

La targa commemorativa posta nel santuario

La targa commemorativa posta nel santuario

Tra i carnefici vi era anche un certo Berlabei, nominato anche nella lapide commemorativa. Quest’ultimo, ammirato dal coraggio dimostrato dagli idruntini, decise di sfidare i suoi stessi compagni proclamando a gran voce la fede cristiana. Anche lui fu ucciso, ma la sua morte, avvenuta per impalatura, è tutt’ora ricordata da una colonna posta di fronte alla lapide.

Gli 800 martiri di Otranto divennero i protettori della città insieme a San Francesco da Paola, a lui è dedicato il secondo santuario, edificato nel 1614 sul luogo del martirio, in sostituzione di quello precedente costruito a commemorazione dell’evento. Questa piccola chiesetta è come un piccolo libro di storia, una volta varcato l’ingresso, sulla sinistra, vi è una lapide in marmo collocata nel 1880 che sintetizza gli accadimenti di quella lontana estate e, sul soffitto, una tela che illustra la presa delle città. L’avanzata turca continuò nei giorni a seguire, senza nessun fronte difensivo ad ostacolarla. La morte di Maometto II però causò smarrimento nell’esercito invasore che decise di ritirarsi e tornare in patria. Da allora Otranto e tutto il Salento si munì di sistemi di difesa efficaci, come potenti cinte murarie e torri costiere di vedetta.

Ingresso al santuario di San Francesco da Paola

Ingresso al santuario di San Francesco da Paola sul colle della Minerva

Marco Piccinni e Sandra Sammali

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

Otranto Point – I Martiri di Otranto

Wikipedia – Otranto

-“Agenda di Babbarabbà 1997. Soprannomi paesani nelle province di Brindisi, Lecce e Taranto tra storia e fantasia” – supplemento del “Quotidiano” dicembre 1996 (Arti grafiche Mondadori) a cura di Antonio Maglio

-Maria Corti, “L’ora di tutti”, edizioni Tascabili Bompiani, 2001


7 commenti su “Gli 800 martiri di Otranto: la storia della presa della città

  1. Sengun Taygun ha detto:

    Once Mussolini’s Country!!!!!!

    A country that “was” just a simple draft of emperialism!!!

    First ivestigate bloody pages of history

    How many Turks and native people did you kill in Libia, in 1911?

    How many Ethiopian did you kill in Ethiopia?

    And so on…..

    Greetings from Turkey!

  2. Sandra Sammali ha detto:

    A country that “was” just a simple draft of emperialism!!!
    First ivestigate bloody pages of history
    How many Turks and native people did you kill in Libia, in 1911?
    How many Ethiopian did you kill in Ethiopia?
    And so on…..
    Greetings from Turkey!

    We are only repoting historical facts that happened and belong to our culture and history. We are neither accusing someone nor forgetting what we committed in other countries or towards other populations on past times.

    Everyone stands either from the right and wrong side, but here, we are not in the right place to argue about this issue.

  3. manolo ha detto:

    ci sono vari errori nella pagina , nel 1480 non esistevano navi per portare 18000 uomini in 150 navi, manca la verita’ in tutto ,perche si parla sempre di Grecia quando mai e poi mai la Grecia ha fatto parte del Salento , si é saputo la entrata di gente Greca in Salento negli ultimi anni ,il dialetto Otrantino si parla solo a Otranto ,basta usciere nelle vari paesini per sentire altro dialetto , per questo le parole greche che pensate di esistere e sbagliato grazie di dire la verita se non lo sapete non mettete queste parole non siamo stupidi per capire il vostro sbaglio grazie

  4. asso313 ha detto:

    Manolo, credo che tu conosca molto poco la storia italina e soprattutto quella del territorio salentino!
    La “Magna Grecia” ti dice qualcosa?
    Sono sicuro che lo ignori e pertanto te lo dico io.
    Devi sapere che nel Salento ( Otranto è territorio Salentino) si parla un greco antico anzi, antichissimo che risale alla colonizzazione greca dell’VII secolo avanti Cristo, vale a dire al tempo della Magna Grecia ” Μεγάλη Ἑλλάς/Megálē Hellàs”.
    Sul numero dei soldati turchi e su quello delle navi concordo ma devi tenere presente che le trascrizioni risalgono ad un tempo remoto e quindi è possibile che la percezione dei “numeri” ovvero delle quantità tra navie e soldati, sia stata percettivamente diversa da quella odierna.
    Quindi nessuna volontà di prendere in giro nessuno!
    Saluti.

  5. Alessandro Romano ha detto:

    Reportage molto ben scritto, complimenti. Io poi, sposando una ragazza albanese, ho cominciato a scoprire la storia di quegli anni… dall’altra sponda. Di altre cento Otranto devastate. E del principe Skanderbeg che tenne lontani i turchi 25 anni. Quando lui morì, presero l’Albania, guarda caso nel 1479. Chissà che fine avrebbe fatto l’Europa se quei satanassi fossero giunti qui 30 anni prima. Tutto andò “bene”, invece. Anche la morte di Maometto II giunse a fagiolo!

  6. guido ha detto:

    Manolo, una galea era lunga circa 40 metri e poteva trasportare fino a 400-500 uomini
    (fonte Wikipedia: una galera usciva dal porto avendo a bordo fra i 100 e i 300 soldati o venturieri, mentre aveva fra i 30 e i 100 marinai, fra i 10 e i 30 cannonieri e fra i 190 e i 320 vogatori).
    Pertanto, ammettendo che ci fossero imbarcati un centinaio di persone a bordo, il conto è fatto: 18000:150=120.

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